Una chiamata da mettere a fuoco

A partire dal 1952 passano alcuni anni in cui il gruppo con don Niso prega e si confronta per capire i passi da compiere. Quando una chiamata è di Dio, si va in crisi perchè si frantumano i propri progetti umani e ci si accorge che Dio ha in mente qualcosa di più grande. Così fu per Abramo, di cui don Niso sui banchi di scuola parlava quasi ogni giorno.

5 comunità a tavola“Io – spiega Anna Maria, che intanto si era iscritta alla facoltà di lettere classiche in Cattolica a Milano – ero lacerata tra il desiderio di raggiungere mia sorella in clausura e la proposta di don Niso. Nel ‘54 avevamo vissuto un ritiro spirituale a Rezzanello sul tema «Alzati e cammina». Don Niso aveva lasciato a ciascuna di noi alcune riflessioni su cui incentrare il proprio cammino; a me scrisse: «Ogni momento ti viene carico di finalità divine; sfruttalo, vivendo il ‘Sì, Padre…’»”.

Era grande il desiderio di Anna Maria di dire sì a Dio. Ma come? In che modo? E soprattutto, dove? “Fu un sacerdote - aggiunge - che durante una confessione mi aiutò a capire che non c’era opposizione tra vita contemplativa e vita attiva, tra contemplazione e azione. Occorreva portare la contemplazione nell’azione. Ero così contenta che quella notte non dormii dalla gioia”. Nel luglio ‘57 Anna Maria fa il suo ingresso nella Comunità. Ciascuna delle ragazze che inizierà l’esperienza di Rosa Mistica vive il suo travaglio interiore. Ogni sì nasce dall’esperienza di un amore che si incontra, ma ha il suo prezzo.

Antonietta Lasagni è di Reggio Emilia. Nata nel 1932, si diploma nel 1950 ed è delegata diocesana delle giovanissime di Azione Cattolica. Frequenta la parrocchia di San Giacomo, la stessa di Edda Carmeli e di Augusta Rapaggi. Nell’attesa di trovare lavoro, collabora ad un doposcuola. “Pensavo di farmi religiosa – racconta – ma proprio in quegli anni l’AC di Reggio sottolineava la grandezza dell’ideale di dar vita a una famiglia. Avevo dei pretendenti, ma non mi sentivo a mio agio nella relazione con un’altra persona; era come se ciò che io cercavo fosse altro. Fu allora che mi raggiunse don Niso per raccontarmi della comunità. Ci pensai seriamente e quando ne parlavo con qualcuno, subito mi chiedevano: ma come si chiama questa comunità? Io, che ero attratta da quell’ideale, non sapevo cosa rispondere e dicevo semplicemente: «è una cosa nuova!». A me non importava il nome o dove ci saremmo sistemate, per me l’importante era rispondere alla voce di Dio. Mi fidai e mi buttai in quella nuova strada. Il 16 ottobre 1956 sono stata la prima ad entrare nella casa che don Niso aveva acquistato. Partii contenta dicendo: «faccio la tua volontà Signore!»”.

La comunità cresce innanzitutto nei cuori delle persone. A don Niso preme che la nuova costruzione non sia per nulla improvvisata. Conosce bene la parola del vangelo di Luca: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro»” (Luca 14, 28-30).

Un desiderio che non si realizza

11 suor mariangelaDon Niso avrebbe voluto che ad occuparsi della nascita e della crescita della nuova realtà fosse suor Mariangela Periti, la sorella di Anna Maria. Si incontrano più volte nel monastero di Correggio per condividere la storia che Dio sta tracciando nella loro vita. Suor Mariangela si sente attratta dalla proposta di don Niso ma teme, lasciando il convento per abbracciare quella nuova esperienza di consacrazione, di venir meno a un impegno che aveva preso con il Signore. Lei per entrare in clausura era letteralmente fuggita di casa prima della laurea. Ora, come avrebbe potuto uscirne?

Sono momenti concitati. Nasce un intenso scambio di lettere tra don Niso, suor Mariangela e il sacerdote che la segue spiritualmente, il Vescovo di Reggio Emilia e mons. Malchiodi il quale non si sente di forzare la mano nel favorire l’esclaustrazione della religiosa: “non posso che tenermi in disparte – scrive in una sua lettera - e lasciare la decisione a chi la deve prendere”. Suor Mariangela (che oggi guida la Casa di preghiera delle Cappuccine minori a Salvarano, sempre in diocesi di Reggio Emilia) è sul punto di partire per Piacenza, ma poi tutto si risolve in un nulla di fatto. Forse la trattiene l’insistenza di suo padre, che non vuole che lasci il convento, chissà... A volte nella vita tutti ci chiediamo come sarebbero andate le cose se la storia, a un certo punto, avesse preso un’altra direzione. Sta di fatto che don Niso non si arrende e si mette a lavorare con ancora più forza per irrobustire la nascente comunità. L’Arcivescovo gli consiglia di scegliere come responsabile Anna Maria, la sorella di suor Mariangela, e così fu.

 

Una casa per la comunità

La nuova comunità di consacrate secolari secondo il progetto di don Niso si sarebbe dedicata all’accoglienza delle studenti, alla loro formazione culturale e a un servizio di doposcuola; avrebbe collaborato con i parroci nel catechismo e nelle attività in oratorio. Per partire però c’era bisogno di una casa.

Don Niso spiega il proprio progetto a Teresa Mambrini che negli anni successivi sarà al suo fianco negli aspetti pratici dell’opera. Il sogno cresce ma molte speranze sfumano: prima la promessa del dono di una casa al Belvedere, poi di un terreno. Avrebbero potuto rappresentare un inizio, ma tutto sfuma. Nel 1953 viene invece offerto a don Niso un terreno di 3mila metri quadrati a un prezzo vantaggioso. Don Niso deve versare entro la fine dell’anno oltre 7milioni di lire. Nei suoi appunti sbuca una nota: “Provvederà la Madonna!”. I mesi passano, ma i soldi non arrivano. Solo poche ore prima della scadenza dell’accordo, giunge un aiuto inatteso. Don Niso può comprare definitivamente il fondo la cui vendita gli permetterà l’8 dicembre 1954 di acquistare un palazzo in via Gazzola 1 che diventerà la sede di “Famiglia Studentesca”, la famiglia sognata da don Niso per le ragazze che studiano a Piacenza.

“Da parte sua Iddio – scrive don Niso nel 1954 – ci andava maturando attraverso sacrifici, delusioni, incomprensioni; delle quali fu prodigo soprattutto nell’anno mariano per tenere vivo il fuoco dell’ideale sotto la cenere dell’umiltà e del sacrificio”.

 

Un prete tuttofare

Don Niso è un uomo pratico. Lui, sacerdote, sa facilmente trasformarsi in idraulico, elettricista, muratore e falegname. Di giorno, nelle ore libere, e di sera con l’aiuto di operai amici, ristruttura a poco a poco l’edificio di via Gazzola a Piacenza. La casa è un elegante palazzo del 1400. Dopo i lavori di sistemazione è in grado di accogliere fino a 30 persone. Vengono ospitate le ragazze iscritte alle scuole medie e superiori. Sono seguite nello studio e l’atmosfera della casa è di grande amicizia. Si pregava insieme al mattino e alla sera, si organizzano momenti di festa. Tutto è pensato per creare un clima di accoglienza, dalla busta del tovagliolo con ricamato il nome di ciascuno alla disponibilità ad ascoltare e a condividere i problemi della vita delle ragazze. I pasti sono preparati dalla “storica” cuoca Maria di Castione.15 don niso con flessibile

Don Niso riesce poi ad acquistare per soli 10 milioni un’antica villa del ‘600 a Torrazzetta nel Comune di Borgo Priolo a pochi km da Casteggio nel pavese. Il nome deriva dalla torre che domina l’intera costruzione. Sarebbe diventata la residenza estiva della Comunità ma i lavori di sistemazione erano ingenti. In pratica, l’edificio andava quasi rifatto da cima a fondo. Don Niso, affiancato da un gruppo di volontari, fra cui l’inseparabile fratello Erasmo e il cugino Agostino Crosignani (oggi imprenditore e vicepresidente della Banca di Credito Cooperativo Centropadana) non si tira indietro. Si confronta con muratori ed elettricisti e ne mette a frutto i consigli. Anche le consacrate della Comunità si trasformano in manovali. I lavori di ristrutturazione continueranno fino agli anni ’70 e proseguiranno anche dopo la morte di don Niso. “Lui aveva un modo particolare di procedere nei lavori – racconta Anna Maria -. Iniziava a sistemare una cosa e poi passava a un’altra. A noi sembrava strano, ma quando morì, ci siamo ritrovate con le opere già abbozzate ed è stato facile continuare seguendo il disegno già tracciato da lui”.

“Noi – spiega Anna Maria – mettevamo tutto in comune. La più ricca – dice sorridendo – ero io che insegnavo a scuola. Abbiamo imparato a vivere condividendo tutto”. “Un giorno – aggiunge Antonietta – don Niso mi chiese un aiuto per pagare il riscaldamento. Non ci pensai due volte e andai a prendere il mio libretto dei risparmi. Gli inizi furono tempi difficili. Acquistata la casa di Torrazzetta, le spese per don Niso, che provvedeva sempre ad ogni necessità, erano davvero tante. Una mattina mi disse: «vado a Milano a vendere un quadro; se va bene, andremo avanti, se no, ognuna di voi tornerà a casa sua». Questa precarietà ci ha insegnato negli anni a dipendere da Dio e a vivere abbandonate a Lui”.

 

Dio continua a chiamare

Intanto il gruppo cresce. Arrivano Anna Amuzzoni, del 1929, di Quarto, alle porte di Piacenza, e Ilva Rosselli, reggiana, morta nel 2011 a 82 anni. Alla Comunità si unirà Edmea Scolè, la figlia del custode della casa di Torrazzetta. Decide di appartenere a “Rosa Mistica” pur continuando a vivere nella propria famiglia.

Il 3 settembre 1960 nella comunità arriva Roberta Ferri. Classe 1928, lavora come assistente nelle colonie al mare e in montagna. Una forte amicizia la lega ad Antonietta. “Io – racconta Roberta – volevo andare in clausura ma ero incerta sulle decisioni da prendere. Conoscevo diverse realtà; frequentavo Fontanaluccia, dove don Mario Prandi aveva da qualche anno dato vita all’esperienza delle Case della carità. Un prete, a cui mi rivolsi per fare chiarezza, un giorno mi disse chiaramente: «pensaci bene, perché dalla clausura è più facile entrare che uscire». Le sue parole mi mettevano davanti alla mia responsabilità: ero io a dover decidere”.

“Dove mi chiamava Dio? Mentre questa domanda mi tormentava, don Niso e Antonietta decidono di venirmi a trovare mentre ero in colonia a Vigolo Vattaro in Trentino. Era la festa del Sacro Cuore”. “Poco tempo dopo – prosegue Roberta -, prima del matrimonio di mio fratello, mia mamma un giorno mi invita ad andare a comprare un vestito nuovo per la cerimonia. Io, che ero molto vanitosa – e mia mamma mi conosceva bene – rispondo a bruciapelo: «ma ne ho già tanti!». Mia mamma si blocca all’improvviso e mi guarda: «non vorrai farti suora anche tu? Vai con l’Antonietta?». Una luce si accende nella mia mente. Era la domanda che aspettavo e senza esitare dico «sì»”. Quando una persona è alla ricerca di Dio, sa scorgere le sue parole nei fatti della vita. “Sono partita per Piacenza in pullman dalla piazza del mio paese. Era mezzogiorno, il sole era alto, mio fratello che mi accompagnava, piangeva. Era così agitato che pensava che piovesse e faceva andare il tergicristallo dell’auto, ma in realtà a scendere erano solo le sue lacrime. Mentre salivo sul pullman, ho guardato le mie amiche e mi sono detta: «Roberta, avanti, non si torna indietro». E così è stato”.

DSCN0850“Negli anni - raccontano a Torrazzetta - diverse persone hanno condiviso la vita della Comunità. Fra tutte, vogliamo ricordare Laura Bondi e Adriana Rattin, e il cugino di don Niso, Zeno Dallavalle, a lungo insegnante nelle scuole piacentine”.

Negli anni ’60 l’Italia conosce il boom economico. I collegamenti tra città e provincia diventano più agevoli, le auto si diffondono a macchia d’olio e l’impegno della Comunità inizia a cambiare. Prevale, anche secondo la visione di don Niso, il ruolo della casa di Torrazzetta, chiamata “Oasi Rosa Mistica”, che svolge un servizio di accoglienza di persone e gruppi. Per lui è il “polmone spirituale” dell’intera opera. Proprio a Torrazzetta nel giugno 1971 don Niso celebra, sotto le piante secolari del giardino, il matrimonio del fratello Erasmo con Maria Cristina Luraschi.

“Il nostro obiettivo – spiega Anna Maria – era che chi giungeva in mezzo a noi sentisse una calorosa e profonda accoglienza e potesse serenamente dedicarsi all’ascolto di Dio”. Negli anni successivi su consiglio di mons. Eliseo Segalini, divenuto assistente spirituale della Comunità, in un edificio della casa verrà predisposto l’eremo “Maria Figlia di Sion”, pensato per creare un clima di silenzio e preghiera. Oltre a mons. Segalini, sono stati assistenti di “Rosa Mistica” mons. Celso Perini, mons. Paolo Groppi, mons. Gian Battista Lanfranchi e ora mons. Lino Ferrari.

“Famiglia Studentesca” ha proseguito il suo servizio fino all’89, con la collaborazione negli ultimi anni dell’Azione Cattolica in particolare con Ida Filippi e Angela Ferraroni. Dopo aver lasciato la storica sede di via Gazzola, la Comunità ha acquistato a Piacenza una casa in via Zoni, oggi chiamata “Nuova Famiglia Studentesca di don Niso” e utilizzata per esperienze comunitarie da parte degli studenti a cura dell’Ufficio scuola della diocesi.