Un’Italia ferita

1945: in Italia la guerra ha spazzato via tutto, ma c’è chi non s’arrende. Don Niso Dallavalle, diventato prete nel 1943 a soli 23 anni nel pieno del conflitto mondiale, è uno di questi. Dalla sua cattedra al liceo classico Gioia incontra i ragazzi delle superiori, l’età in cui si decide tutto, o quasi tutto, della vita.

2 niso giovaneLui, un uomo pratico, sapeva “scrutare” le persone, un dono raro, molto raro. Coglie nei suoi ragazzi il desiderio di felicità e fa di tutto per unirsi a loro in questa ricerca. Lui la risposta l’ha già incontrata - è Cristo - ma non si stanca di cercare con loro, di camminare al loro fianco, di indicare la strada. Era questo il suo carisma, con la sua capacità di guardare in faccia alla realtà e di cercare una risposta ai bisogni della gente che incontrava. La storia della nostra diocesi ha conosciuto nell’800 e nel ‘900 persone che hanno fatto dell’educazione il loro campo di testimonianza di Dio. Don Niso, un nome che quando lo impari non lo scordi mai, fu uno di questi. Si sentiva una cosa sola coi suoi ragazzi; era con loro ma non si confondeva con loro. Sapeva che cosa cercare. Lo dimostreranno le storie di “Famiglia studentesca” a Piacenza e dell’Oasi “Rosa mistica” a Torrazzetta in provincia di Pavia.

Era l’inverno 1919

   Don Niso nasce a Vicobarone, nel Comune di Ziano Piacentino, nel cuore dell’inverno 1919, il 15 dicembre. Un’altra guerra si era appena spenta ma l’Italia, che si stava rialzando, ripiombò di lì a poco in un nuovo incubo, il regime fascista. Niso è il secondo di sette fratelli. Il primo è Franco, nato nel 1916, poi Niso, seguito da Letizia, Chiarina, Oriele, Roberto e infine Erasmo. I genitori sono Fernando e Anna Travini, la maestra del paese, una donna con la passione della cultura. Non a caso, il secondo e terzo nome di don Niso sono Eurialo e Giove, un vero tuffo nell’antichità classica.

A Vicobarone i Dallavalle sono molto legati alla parrocchia. Il prozio di Niso, Malachia, che era medico, aveva regalato alla chiesa un grande armadio in noce collocato alle spalle dell’altare.

Niso impara fin da piccolo che cosa significa fare comunità. Il padre Fernando ha un fratello, Gino (entrambi sono all’avanguardia nelle tecniche di vinificazione); le loro mogli sono due sorelle. Le due famiglie vivono nella stessa casa che brulica così di bambini.

Niso vive un’infanzia serena, ha un carattere vivace e altruista. “Nostro padre – commenta il fratello Erasmo – era un grande lavoratore: prima che nei terreni però voleva investire sui propri figli, sulla nostra crescita”. Grande influenza ha su don Niso la madre, una donna sempre pronta a farsi in quattro per gli altri e a dare una mano a chi a scuola non rimaneva al passo con le lezioni. Mamma Anna educa don Niso ad avere un carattere forte. Quando un giorno da bambino, giocando a bilie con i suoi amici, riuscì a vincerne parecchie, la madre non esitò a prendere il sacchetto con il bottino e a gettarlo nel pozzo. “Si poteva vincere, ed era giusto – racconta Erasmo – ma non gloriarsi della vittoria; prima c’era l’umiltà. Così nostra madre ci ha allevato”.

In una lettera del novembre 1938 gli scriverà la madre Anna: “il tuo carattere somiglia molto al mio – mi pare -. Ero forte, ma ingenua; ero onesta ed ho cozzato contro molta disonestà; ero allegra e spensierata e a poco a poco ho dovuto chiudermi in me per non essere giudicata male. Ho dovuto rinunciare a tante aspirazioni, ma finora, grazie al Signore, ho compiuto sempre il mio dovere”.

Il piccolo Niso era balbuziente ma il suo carattere tenace lo aiutò a non vergognarsene mai e ad affrontare coraggiosamente quel limite umano: metteva in bocca dei sassolini e per non deglutirli era costretto a parlare lentamente; fu così che smise di balbettare.

Fra quelli che si accorgono di questo bambino c’è il parroco mons. Giulio Biggi, un prete tutto dedito alla sua comunità. Ogni prete porta dentro di sè una regola non scritta: nella vita occorre passare il testimone e trovare qualcuno disposto a farsi tutto di Cristo.

Niso entra al Seminario vescovile di Piacenza per poi passare per gli studi di filosofia e teologia al Collegio Alberoni. Qui si troverà come a casa. Si sente accolto, seguito, amato. Scoprirà la vera dote di un educatore: voler bene ai propri ragazzi, altrimenti le sue parole passeranno sempre sopra le loro teste. Con lui iniziano il cammino verso il sacerdozio altri due piccoli vicobaronesi, Renato Pozzi, divenuto poi avvocato alla Sacra Rota, e don Olimpio Raggi, che è stato parroco a Bramaiano e Castelnovo Val Tidone.

         Il seminarista Niso studia molto. Eccelle nelle materie scientifiche, soprattutto matematica e fisica; il suo carattere aperto gli fa vivere un’esperienza di amicizia intensa con i suoi compagni di studi.

 

Prete nel 1943

3 prima messaDon Niso diventa prete il 10 aprile 1943 e tre giorni dopo celebra la prima messa nella chiesa di Vicobarone. La madre Anna fa appena in tempo a vederlo sull’altare; morirà il 9 agosto di quello stesso anno, seguita a breve distanza dalla figlia Oriele. Don Niso, dieci anni dopo, dedicherà la sua opera a Maria con il titolo di “Rosa Mistica”. La madre terrena gli aveva voluto bene, ma non lo aveva reso prigioniero del suo affetto; lo aveva indirizzato verso la vita e gli aveva permesso di scoprire l’affetto di una Madre, Maria. “Una mamma – ha detto Papa Francesco il 4 maggio 2013 nella basilica di S. Maria Maggiore a Roma - aiuta i figli a crescere e vuole che crescano bene; per questo li educa a non cedere alla pigrizia, a non adagiarsi in una vita comoda che si accontenta di avere solo delle cose. [...] La Madonna ci aiuta a crescere umanamente e nella fede, ad essere forti e non cedere alla tentazione dell’essere uomini e cristiani in modo superficiale, ma a vivere con responsabilità, a tendere sempre più in alto”. Maria aiuterà don Niso a credere nel sogno che Dio aveva messo nel suo cuore e a rimboccarsi le maniche lavorando in prima persona alla sua opera.

 

Gli anni di Roma

Il giovane don Niso subito dopo l’ordinazione per alcuni mesi si occupa dei giovani della parrocchia di San Lazzaro. La sua allegria e il suo dinamismo conquistano subito i ragazzi. Proverbiali i panini imbottiti che distribuiva e la cui provenienza rimase sempre un mistero. Aveva già dimestichezza con la divina Provvidenza.

Poi prende la via di Roma, che nel giugno ‘44 venne risparmiata dal possibile scontro distruttivo tra gli Alleati e i tedeschi. La popolazione, guidata da Pio XII, aveva vissuto momenti di intensa preghiera di fronte alle immagini della “Salus populi romani” e della Madonna del Divino Amore. Il Sostituto alla Segreteria di Stato Montini – il futuro Paolo VI -, don Luigi Orione e don Umberto Terenzi erano alla guida con il Papa di questo movimento di popolo che certamente rimane impresso nella mente del giovane don Niso.

A Roma don Niso si laurea in “utroque iure”, in diritto canonico e civile, al Pontificio Ateneo Lateranense. Resta nella capitale fino alla fine del ’45 dove è ospite del Collegio Leoniano, guidato come l’Alberoni a Piacenza dai Preti della Missione. Celebra la messa nell’istituto di una congregazione di origine francese, le suore del Bambino Gesù. Con questo ordine religioso, impegnato nel mondo dell’educazione e fondato nel ‘600 dal beato Nicola Barrè, don Niso sviluppa una forte sintonia, in particolare con la madre superiora Jeanne Biasca. Sarà lei ad aiutarlo con i suoi preziosi consigli anche negli anni successivi quando don Niso penserà di far nascere una comunità di consacrate a Piacenza. E proprio alle suore del Bambino Gesù inviò lui stesso alcune vocazioni.

Don Niso si iscrive alla Facoltà di giurisprudenza a Roma per continuare gli studi ma dovette presto rinunciarvi. Il vescovo Menzani gli aveva affidato il servizio pastorale in S. Teresa sul corso Vittorio Emanuele (vi resterà fino al 1950) per lavorare con il parroco mons. Luigi Longinotti. Mons. Arata e il futuro card. Antonio Samorè avrebbero desiderato per il giovane don Niso una carriera nella diplomazia vaticana (che arrivò a “produrre” fino a cinque cardinali piacentini), ma la sua strada andava in un’altra direzione.

Il ritorno da Roma a Piacenza resterà sempre nella mente di don Niso. Il mezzo su cui viaggiava, mentre attraversava un passaggio a livello, viene investito da un treno in transito. Nulla di preoccupante, ma a don Niso rimane una cicatrice sul volto quasi a ricordargli la fragilità della vita. Episodio incredibile, se si pensa a quanto avverrà quasi 30 anni più tardi. Ma la paura passa presto: in S. Teresa inizia il suo lavoro a fianco dei giovani. È con loro che rinasce l’Italia ed è con loro che don Niso spenderà il suo sacerdozio.